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Pochi giorni fa ero a Reggio Emilia. Le organizzatrici di Donne Digitali mi avevano chiamato per parlare a questo evento che si svolge ogni anno.

Avrei dovuto raccontare i Social Media. Non è la prima volta che mi capita ma mi sono chiesta, data la platea che avrei avuto davanti, se davvero aveva senso affrontare questo argomento in termini tecnici e non piuttosto in termini filosofici.

La Piazza, il megafono, i guardoni

Per lavoro mi capita di osservare i profili e le pagine dei miei colleghi. Ognuno di loro, professionista come me, ne fa un uso differente che, a pensarci bene, racconta il loro approccio e la loro filosofia di vita e di lavoro.

Quindi ragionando su come avrei voluto affrontare questa sconosciuta platea di donne, sono partita da una riflessione che io stessa ho fatto qualche anno fa.

Facebook non è più il luogo di cazzeggio virtuale. O meglio, non è più solo quello. Non vorrei essere banale, ma, dati alla mano, è come trovarsi insieme a tutti i 39 milioni di utenti italiani che ogni giorno stanno su Internet per un tempo medio di 6 ore, nello stesso momento.

C’è chi ti parla, chi vorrebbe ma non ti conosce e non lo fa, chi vuol dire comunque la sua, chi ascolta e basta, chi ti spia e poi scatena la polemica, chi osserva e poi ti contatta in privato su Messenger.

Una platea di umanità varia che, a seconda di come abbiamo impostato la privacy del nostro profilo, legge ciò che scriviamo, ciò che condividiamo, cosa commentiamo, cosa ci piace.

E’ come se avessimo la porta di casa nostra continuamente spalancata e con un megafono in mano per comunicare ad un numero infinito di persone che guardano, pensano, ci giudicano e non necessariamente scelgono di parlare con noi.

To Brand or not to Brand

Io sono una libera professionista. E come me tanti altri colleghi. Per noi i social sono anche un modo per farci conoscere dal punto di vista professionale. Ma se ci pensate bene ognuno di noi, prima di tutto, è una persona e come tale viene vista e valutata. Anche dal punto di vista professionale.

La scelta di un professionista o di una persona da inserire in azienda passa sempre di più da ciò che viene percepito dai profili social.

Siamo tutti un brand? Non porrei la questione esattamente in questi termini, o almeno non per tutti. Ma è pur sempre vero che anche sui social siamo esattamente lo specchio di quello che siamo.

Il nostro profilo su Facebook è come casa nostra. E lo gestiamo esattamente allo stesso modo.

Alla platea di Donne Digitali di Reggio Emilia ho ricordato che Internet è scritto con l’inchiostro. Tutto ciò che scriviamo rimane lì, a futura memoria. Brutto o bello che sia, scritto bene oppure sgrammaticato, ironico, sarcastico, nostalgico.

Ma li siamo noi, come a casa, quando leggiamo un libro sul divano oppure ci prepariamo un buon piatto di pasta.

E allora non è più una questione di trattare sé stessi come un brand, bensì di ritrovare il nostro essere umani. Perché fn fondo è quello che siamo: umani.

La parola è ancora ciò che ci distingue, ciò che ci da valore ed esprime la nostra conoscenza, quella che non ci arriva dalle memorie esterne, come afferma Francis Eustache, uno dei maggiori studiosi della memoria, ma che è la nostra sintesi.

Scrivere con cura, esprimere il nostro pensiero con il nostro stile, affermare un concetto, esporci e prendere posizione, condividere il pensiero degli altri oppure condividerlo per esporre un parere contrario, ma sempre con rispetto e buon gusto.

Questo è il modo migliore per gestire la nostra scomoda convivenza sui Social. Raccontare noi stessi senza il megafono e a porta socchiusa.

Chi ci osserva capirà oppure no, in ogni caso avremo raccontato la nostra storia rispettando noi stessi.

 

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Author

alessandra

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